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volgendo le spalle alla figurazione: quasi neo-liberty il fregio di Rosella Peluffo (Untitled), mentre lo scudo di Michela Savaia, autrice anche di due piatti con sirene, è un festoso piccolo mosaico che sfonda il grigio delle case che lo attorniano (Mandala 1994). In questo senso il suo contraltare realistico è la natura morta di Silvana Priametto (Fantasia di bottiglie). Un raziocinio più concretista -pur salvaguardando le vibrazioni del supporto ceramico- denotano Dario Bevilacqua (Algaclara) e Guido Garbarino (Senza titolo). Attenzione a parte va dedicata all’Edicola di Giovanna Caimmi, in cui la ceramica diventa concorrenziale nei riguardi degli elementi architettonici tradizionali.
Ancora poche, ma stimolanti, le sculture a tutto tondo: per esempio un tipico Guerriero assemblato da Nicola Accame, la lapidea donna compatta, neo-martiniana, di Noemi Sanguinetti (Puvangelical), il masso chiuso di Kris (Una pietra sogna d’abbracciarsi), l’idolo scarnificato in terra refrattaria del ventimigliese David Maria Marani (Madre Africa), il massello d’ulivo, ambiguamente antropomofo, di Salvatore Cannataro (Senza titolo), la composizione poveristica di Delia Zucchi (Il giogo). In questo campo, forse, gli anni a venire potranno trovare nuove e feconde occasioni di lavoro: proprio le opere tridimensionali, infatti, dovranno contribuire più incisivamente ad abitare le piazze e le strade di una città che anche nelle incertezze e nelle mutevolezze di un’epoca in trasformazione (o magari proprio per questo), ha ancora molto da dire e da dare. E che anche in futuro -ne siamo certi- saprà trovare le risorse per farci conoscere ancora, attraverso l’interpretazione che l’arte ha dato della storia, il piacere dello stupore e la gioia della vita.


E che anche in futuro -ne siamo certi- saprà trovare le risorse per farci conoscere ancora, attraverso l’interpretazione che l’arte ha dato della storia, il piacere dello stupore e la gioia della vita.



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Cartina Badalucco