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L’impressione, comunque, è che l’orizzonte culturale meglio propenso ad integrarsi con le bellezze del borgo antico, a recepirne gli stimoli e a rileggerle secondo nuove prospettive sia quello informale, inteso nella sua accezione più vasta: così da comprendervi la dissoluzione completa della forma accanto a reminiscenze di corporeità. Perché l’informale calza così elegantemente a Badalucco (dove peraltro è rappresentato in forze)? Forse perché nelle sue più calibrate prove manifesta una capacità inconsueta di esprimere i tremori della terra, le screpolature della pietra, la vetustà degli intonaci, la senescenza del mondo; di interpretare, cioè, quella natura consumata, ma ancor vitale, di cui palpita ogni canto del centro storico e ogni ceppo delle campagne e delle foreste che l’avvolgono. Sono queste le emozioni che si provano davanti alla Piastra, raggrinzita e raggrumata, del grande argentino Carlos Carlé (1928, stabilmente ad Albisola dal 1973); ai segni tremuli di cui Sandro Cherchi ha cosparso un piatto ed un pannello (Uomo con cane e La ruota della fortuna), quasi presago della disgregazione di un mondo; ai solchi profondi che scolpiscono il profilo della Ballerina di Agenore Fabbri. Da notare come la mostra permanente di Badalucco offra anche succosi spunti per confrontare la ceramica degli scultori (ad esempio Cherchi e Fabbri) con quella dei pittori (Salino e Treccani, Borella o Caminati). Ma vanno guardati in questa prospettiva il bucchero di Michelangelo Tallone (Energie pulsanti), l’Opera n.3 di Gianni Brunetti, i frammenti quasi archeologici della raffinata Danièle Sulewic (Movimento), i cretti sfogliati di Beppe Schiavetta (Creta impudica), i riquadri spezzati di Stefano D’Amico (Senza titolo).
Quando è il colore a farsi protagonista, il segno par sfuggire al controllo della disciplina e diventa gesto urlato, quasi sfrontato, provocatorio. Così succede nel pannello energico firmato da Rocco Borella, altro e non dimenticato illustre scomparso; nella violenta Topologia del torinese Adriano Tuninetto; nella brutale Natura mossa di Giorgio Moiso; nei piatti di Cuvato d’Albisola (Angelo rosso) e Angelo Baghino (Luci nella notte), Luciano Caviglia (Il mimo) e Salvatore Giglio (Informale) dove vibra un ricordo di Fontana; ma anche Giglio, del ‘21, è ormai figura storicizzata.





L’eco del Gruppo Cobra (Jorn è in fondo uno dei protagonisti degli anni belli di Albisola) risuona nel rilievo di Ansgar Elde, svedese nato nel 1933 ma stabilitosi nei tardi ‘50 in Riviera, dove non è certo figura di contorno. Il Labirinto di Concetta Pisano accosta invece una materia magmatica a uno schema impaginativo da smalto medievale. Il colore diventa più luminoso e sereno nelle opere di Susan (Pioggia d’agosto e Farandola) e Beppe Mortara


(Composizione Omnia), le forme si smussano nelle piastre di Henry (Due composizioni) e nella Badalucco di Gioia, l’atmosfera è rarefatta nei segni zampillanti di Dangelo (Aquila in ciliegio) e Giuseppe Scaiola (Senza titolo), dove prevale il bianco del fondo. Altri hanno raggiunto un equilibrio più geometricamente costruito, sempre Continua....

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Cartina Badalucco