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col campanile in evidenza, come per suggerirne il riflesso in uno specchio d’acqua che in realtà non esiste; nel piatto espressionista di Crovetto una chiesina che par San Nicola si staglia accaldata contro il buio della notte.
Diversamente è la forma essenziale dell’albero, come rappresentativa del paesaggio agreste, che assurge a oggetto di contemplazione. La citazione d’obbligo è per l’Albero nelle quattro stagioni e per le più libere Fronde (il primo schiettamente grafico, le seconde quasi informali) di Mario Rossello (savonese di nascita, 1927, e milanese d’adozione, 1955), da sempre attento al rapporto uomo-ambiente; ma non vanno taciuti alcuni brani vitrei, come i vivacissimi Sette alberi dello Studio Casarini, dall’apparenza di un collage, e il monocromo, cristallino Ulivo di Gabriella Marenco. Ammaliante, nella sua semplicità di tratto, è l’Alberazione di Angelo Ruga (nato a Torino nel ‘30, ma per tempo legato all’ambiente di Albisola), piatto fittile dove il profilo delle fronde sembra quasi celare segreti antropomorfi. Nel Mesero di Luisa Delfino e nel Veliero di Monica Viglietti rifiorisce invece una tradizione d’arte decorativa che nella Primavera di Maria Luisa Vrani si spinge a rivisitare le radici dell’art nouveau. C’è un sensibile metamorfismo in un rilievo che aggancia la natura al lavoro, come La raccolta delle olive di Massimiliana Lazzari; lavoro che può essere meccanizzato, secondo l’impaginazione quasi da ex voto della Macchina operatrice di Walter Morando.
Eppure dalle ceramiche di Badalucco l’uomo sembra, più che assente, ritirato, come se fosse stato assorbito dalla materia. Lo conferma il contributo di un nome importante, Ernesto Treccani, perché il suo Popolo di volti è aperto e sfrangiato dall’ondeggiare nervoso del pennello: e dire che si tratta della ceramica forse più intensamente figurativa fra quelle pittoriche, opera di un testimone di Corrente e del realismo novecentesco (1920). Negli essenziali Due personaggi di Luciano Caviglia (1926: altro nome storico per la Liguria, benché meno noto al grande pubblico) o nella Maternità di Pino Grioni la figura è puro segno di contorno. Ammiccamenti e citazioni di momenti forti dell’arte del Novecento si alternano in alcuni piatti di più schietta risoluzione pittorica: Omaggio a Klee di Marco Demela, Il circo equestre di Guglielmo Bozzano (1913-1999, glorioso interprete sino alla morte di una feconda tradizione), il Cavaliere di Attilio Mangini (o nelle spigolose Donne senz’anima di Cuvato d’Albisola);




nel Girotondo Sergio Pavone sembra mirare a una combinazione di sapore postmoderno fra ricordi optical degli anni ‘60 e industrial design; Tullio Mazzotti punta invece sulla linea mossa per infondere ironia alla sua tranche-de-vie (Vado al ristorante). La figuratività diventa base di un lirismo fantastico nelle opere di due voci tra le più insigni della coralità badalucchese (che è poi, sostanzialmente, una coralità di solisti):



Le Streghe di Eliseo Salino, dove estro e ironia guidano la linea a stagliarsi sul fondo di un cromatismo smagliante, e Il noce di Benevento di Aurelio Caminati, piccolo fregio dal brulicante metamorfismo caratteristico dell’autore. Anche del bizzarro, vibrante e visionario Salino (1919- 1999), uno dei grandi protagonisti della fucina albisolese, bisogna purtroppo dire che ha dipinto per Badalucco una delle sue ceramiche ultime; e vero testamento può ritenersi la grande Crocifissione nel cimitero. Continua....

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Cartina Badalucco