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Non c’è il rischio di saturare un ambiente saturo producendo un’adiposa confusione visiva? In effetti la questione non riguarda solo i murales, perché una strada densa di segni architettonici come via Ponte ribolle ora di cromatismi ceramici ad ogni passo. Ed è anche un problema di tradizioni: un piatto di ceramica non è, necessariamente, un oggetto destinato a una specifica collocazione architettonica in esterni, e il passato ligure ci ha tramandato al massimo qualche bacino murato nei campanili medievali, più i rivestimenti a laggioni. Questo per dire che montare un rilievo fittile in un luogo piuttosto che in un altro è spesso un atto gratuito e libero, che non dipende da una progettazione puntuale. Se si cambiassero di posto tutte le ceramiche sparse per i carrugi di Badalucco, poco o nulla ne risentirebbe l’effetto d’insieme.
Forse, però, bisogna solo intendersi. Se murali e rilievi hanno il compito esclusivo di valorizzare, come oggi usa dire, il centro storico di Badalucco, l’operazione rimane sterile e superflua perché Bada-lucco è già un valore e come tale si valorizza benissimo da sola. Ma se le presenze artistiche possono -devono- stimolare un confronto dialettico col passato, e se l’arte di oggi può fornire un’interpretazione di quel paesaggio storico in cui viene ad inserirsi, allora ogni singola installazione acquista un nuovo senso e si illumina di nuova luce. Questa funzione propositiva è stata egregiamente assunta dalla ceramica, che rifornendo continuamente di piastrelle, piatti e rilievi l’eccezionale teatro badalucchese non solo ha messo in vetrina una pluralità di linguaggi ed esperienze che funziona bene sotto il profilo documentario, ma ha saputo sovente proporre cadenze stilistiche appropriate a parlare con la calce, la pietra e il legno.
Questo è un aspetto che vale la pena sottolineare: in tempi di multimedialità elettronica, l’operazione condotta a Badalucco risale alle fonti della manualità artigianale: pitture murali, ceramiche e sculture non sono tanto l’ultima trincea di un artigianato che scompare o un contentino per i passatisti, ma una scelta consapevolmente alternativa, e quasi provocatoria nel suo anticonformismo. Le tecniche e i modi della tradizione diventano allora una risorsa per l’avvenire. Fare arte contemporanea in un borgo antico significa, né più né meno, rileggere criticamente il passato: anche quello più recente, che agisce ancora nelle nostre parole e nei nostri gesti. Ecco perché, accanto ai giovani, sono venuti in valle parecchi artisti che hanno fatto la storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni, e non solo in Liguria.
Certo, non si può negare l’effetto di straniamento di cui si diceva a proposito di alcuni murales.




Guardando la Ragazza o le Donne serigrafate su dieci bianche piastrelle dallo Studio Vega sembra di assistere a un’irruzione improvvisa dell’oggi là dove lo ieri, paradossalmente, accetta con minori traumi un contributo astratto o informale.


Chi sceglie un approccio figurativo a Badalucco può indagare innanzitutto l’idea di città e la sua rappresentazione: lo fanno ad esempio Lara Martin nella Veduta dal portico (riflessione in forma di trittico sulla città medievale), Giuliana Poggi che scopre una palazzata in un crepaccio o in uno strato terrestre (Senza titolo), Giuseppe Bertolazzi con i suoi Camini appena disegnati o ancora Christiane Emanuelli di Andagna, che sceglie l’ardesia per la sua veduta quasi naïve (Ponte di Santa Lucia), mentre Guido Vigna si serve della tecnica giapponese del raku per raccontare un luogo in termini sostanzialmente astratti (Città sul mare II). Il francese Valentin, operoso in quella multiforme fucina che è Vallauris (con cui Badalucco ha stabilito un rapporto di collaborazione), ha invece raddoppiato il fianco della parrocchiale barocca, Continua....

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